Perchè l'Aikido - Aikido a Bologna

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Perchè l'Aikido

Aikido
L'AIKIDO SPIEGATO DA CHRISTIAN TISSIER 8° DAN  (tratto da www.aikido2000.it)
L'Aikido praticato bene pone tante domande, ne abbiamo proposte alcune a Christian Tissier  7° dan.

Per giungere ad un'applicazione perfettamente efficace in Aikido, bisogna prima agire e poi pensare scordandosi della tecnica o piuttosto il contrario?

C.T. Per come la vedo, l'unica applicazione efficace dell'Aikido è la preservazione della propria ed altrui integrità e il successo nelle scelte che ci si è prefissati, lo sviluppo delle proprie qualità umane, fisiche e spirituali.
Però la seconda parte della domanda richiede una risposta più "terraterra".
In Aikido non si può dire che ci siano veramente delle regole, ma piuttosto dei livelli d'applicazione.
Mettendo in pratica con determinazione e violenza, certe tecniche (non tutte) sono temibili, anche se il praticante non ha ancora acquisito una grande esperienza.
Ma a questo punto si parla d'Aikido?
Difesa personale sotto forma d'Aikido sarebbe probabilmente un termine più adatto .
Riguardo al pensare prima e poi agire?
Può andar bene se si intende la strategia precedente all'azione. Può anche andar bene se c'è il tempo di considerare le diverse possibilità dominando le proprie emozioni.
Ma quando esiste la padronanza, l'unica modalità davvero efficace è la spontaneità.
Tutta la pratica della nostra arte marziale tende a sviluppare quest'istante, questa scelta non ragionata nella quale solo quanto avrete acquisito in profondità vi condurrà come la migliore delle guide.
In quei precisi momenti, la visione dell'azione è allora molto chiara, come rallentata, la vera potenza si esprime sciolta e leggera, eppure terribilmente pesante al momento cruciale.

A priori, tutte le tecniche d'Aikido si possono applicare a qualsiasi forma d'attacco?

C.T.   A priori sì.
Anche se gli attacchi sono molto convenzionali, questo è un bene, perché resta la forma al di là della varietà dell'attacco.
I colpi dovrebbero rappresentare tutte le direzioni: dall'alto verso il basso (shomenuchi), di lato o di rovescio (yokomenuchi), di fronte (tsuki), etc.
Si può dunque considerare che, dal punto di vista della direzione, non ci siano differenze sostanziali tra un yokomen ben dato ed un gancio classico.
Il problema è piuttosto quello che si vede nella pratica: gli aikidoka non fanno abbastanza attenzione alla qualità dei loro attacchi che sono spesso troppo molli e poco precisi.
Troppo aperti quando le braccia si alzano o al contrario rigidi e poco veloci,  non concentrati sul centro e privi della nozione d'impatto e di distanza.
Questo  aspetto va migliorando, ma un grosso lavoro resta da fare.
Per quanto riguarda gli attacchi di piedi, il numero di tecniche applicabili direttamente sul primo attacco, è abbastanza limitato .
Ma schivare il primo attacco di piedi modificando la distanza e le reazioni dell'avversario può portare a una presa, un colpo di mani o una proiezione che renda dunque possibile tutta una serie di applicazioni.

Squilibrare l'avversario è fondamentale in aikido, che ne è dell'atemi ad esempio?

C.T.    O Sensei Morihei Ueshiba diceva che l'Aikido da lui fondato consistesse in irimi ed atemi.
Il senso dell'atemi è quindi essenziale per diverse ragioni.
L'atemi permette di materializzare una distanza, di fissare il partner in qualche modo, di fermarlo o di posizionarsi in confronto a lui.
Al di là del colpo, è anche un punto d'appoggio non trascurabile.
L'atemi può anche aiutare a neutralizzare la violenza dell'avversario.
O anche, ancora meglio, dosandolo a seconda dell'azione che si è deciso di realizzare, per immobilizzare con fermezza e senza danni l'avversario.
L'atemi può mostrare delle chiusure nell'azione e per questo non c'è bisogno che ci sia impatto. E' più importante che l'atemi chiuda e apra degli angoli al momento giusto ed anche alla distanza giusta.
Ma attenzione, non si tratta soltanto di un semplice gesto, deve essere credibile e quindi preciso, intenso e potente.
L'atemi deve sempre essere utilizzato consapevolmente, mai come reazione di paura, d'impotenza o con aggressività. Perché in questi casi, non è più un aikidoka che si esprime, ma una persona qualsiasi.
Di fatto praticato con efficacia, l'atemi deve rappresentare una sanzione potenziale e radicale, lasciando all'aikidoka la scelta della clemenza, ma senza debolezza durante l'azione.

La scioltezza e la forza entrano in contrasto con una pratica esemplare dell'aikido o al contrario in quali casi sono complementari?

C.T. Penso che sia essenziale distinguere tra una persona, naturalmente forte, ma che utilizza la sua potenza senza lavorare con la forza, ed una che fonda la sua pratica "solo" sulla propria forza.
Oltre al fatto che sarebbe inaccettabile per la propria progressione tecnica, la quale sarebbe impedita da questo "tradursi in applicazione della forza", l'uso di questa forza sarà ovviamente limitato dall'età e col tempo invece di progredire, il praticante si irrigidirà e si contrarrà sempre più, le conseguenze sarebbero evidentemente negative.
Bisogna ricordare che tutto il lavoro sulla precisione della tecnica tende ad ottenere il massimo d'efficacia con il minimo sforzo.
Per quanto riguarda la scioltezza è lo stesso, si deve distinguere fra la scioltezza articolare e quella nell'azione.
Se la tecnica non è precisa, la postura aleatoria e se ci dovesse essere un aggressione inaspettata o della paura, il più sciolto dei praticanti si bloccherebbe subito e proverebbe a compensare con quello che è accessibile immediatamente e cioè un sentimento di rigetto, di rifiuto, un aumento di forza nelle spalle.
Non si può avere un movimento naturale senza scioltezza.
Ma naturale significa che ci sia pratica, dunque economia, quindi precisione. E' solo in un movimento tecnico, sciolto e senza blocchi fisici e mentali (quindi senza paura) che tutta la forza si esprime per liberare una grande potenza.

Il lavoro sul Ki basta ad aprire la porta dell'Aikido o è necessario un allenamento più fisico?

C.T. Certo il problema del Ki, se si può definire così con esattezza, è il suo scorrere, la sua libera circolazione e il suo scambio esterno - interno in armonia con tutti gli elementi che ci circondano.
E' possibile allenarsi da solo o con un partner particolarmente compiacente: imparare a piazzare le proprie spalle, la schiena, il bacino, la respirazione, cercare il proprio centro, etc. Ma quando c'è un aggressione fittizia o reale, quando c'è una relazione con l'altro, senza un precedente ed intenso allenamento, senza una vera esperienza, senza calma, come mantenere il piazzamento, le spalle basse, la posizione dell'hara etc.? L'Aikido elaborato da O Sensei e scelto da noi come base di pratica, consapevolmente è un budo, l'attaccante è il pretesto con il quale bisogna trovare una soluzione armoniosa del conflitto, dei Ki, anche se quest'ultimo non lo volesse.

Aikido è un budo, si può considerare solo come un arte di difesa?

C.T. Un budo è un sistema d'educazione marziale, fisico, mentale, umano, che deve sviluppare fino al massimo grado le qualità inerenti all'essere umano sviluppando le costanti dello studio della "via" che bisogna ricordare: la ricerca del gesto puro che porta alla purezza dello spirito, il rispetto, l'attitudine giusta al momento giusto, la spontaneità etc. Ridurre il budo ad una sola arte di difesa, è scordarsi la sua dimensione d'apertura sul mondo e sbagliare epoca e armi. Quando tutte le qualità del budoka sono acquisite, arte di difesa inclusa, egli può andare dritto nel mondo per comunicare, vivere ed amare senza timore per lui e per gli altri.
Chi pratica soltanto un arte di difesa non fa altro che forgiarsi un carapace, che vorrebbe sempre più solido, ma nel quale rischia di isolarsi e di non riuscire più ad uscirne.
INTERVISTA A MICHELINE VAILLANT TISSIER (tratto dal sito www.irakudo.org)
Micheline Tissier Vaillant è una delle massime esperte francesi di Aikido. Il mondo specialistico delle arti marziali, le ha già ripetutamente tributato gli onori della cronaca e non vi è certo bisogno di questo contributo per esaltarne ulteriormente il valore tecnico. Ma è al di fuori di quel settore che è interessante conoscere un personaggio così denso di qualità. Come e perché un artista marziale, che comunemente viene assimilata al mondo degli sport da combattimento, può essere un messaggero di cultura e di civiltà? Come e perché la più efficace forma di difesa personale, può essere trasformata in un’etica dei valori, in una pedagogia trasversale, che attraversa le età e le classi sociali?
Come e perché questa pedagogia diviene una risposta immediata e vincente al problema della sicurezza, inteso anche come costruzione della solidità dell’immagine di sé?
Chiediamolo direttamente a lei:

D: Micheline Tissier Vaillant, sappiamo che lei, in Francia ha sviluppato una scuola di Aikido particolarmente rinomata per la serietà e l’intensità degli allenamenti; abbiamo visto i suoi combattimenti di difesa dal coltello nell’arena di Bercy e ci è percorso un brivido per la schiena, come è arrivata a questo livello?
R: Essere rinomati, giungere alla notorietà nell’Aikido è spesso il riconoscimento di un valore tecnico, ma è anche l’attestazione di una specifica personalità complessiva, cosa per la quale occorre lavorare moltissimo. Dalla più tenera infanzia, l’allenamento e il rigore fanno parte del mio quotidiano, prima di iniziare la pratica dell’Aikido facevo atletica, il mio allenatore era molto esigente e non mi lasciava altra scelta se non quella di impegnarmi ancora di più.
Dunque cominciare l’Aikido in Giappone non è stato facile ma ha rappresentato una continuità con la mia esperienza sportiva, dove già ero abituata al superamento dei mie limiti e a soffrire fisicamente per raggiungere lo scopo. Il rigore che in seguito mi è stato domandato, soprattutto dal Maestro Christian Tissier, nella continuazione dei miei studi, mi ha permesso di raggiungere il livello attuale.
Perseveranza, lavoro, disciplina sono i segreti della mia pratica quotidiana e l’intensità degli stage che conduco un po’ ovunque è il risultato della mia esperienza.
Sono una delle rare donne a essere scesa nell’arena del festival di Bercy, alcuni degli addetti ai lavori, forse un po’ maliziosi, pensavano che ciò dipendesse dalla mia vicinanza con il maestro, ma in realtà io facevo parte di un equipe di atleti talmente leale ai valori sportivi della pratica, preparata e affiatata, da non dare la minima considerazione a certe maliziosità.
A questo proposito mi viene in mente che nessuno, fra gli organizzatori dello show mi chiese mai di visionare anticipatamente la mia performance, né tanto meno il maestro, che mi dimostrava la sua massima fiducia.

D: A lei che è così abituata a dominare le aggressioni maschili, domandiamo: cosa pensa di tutti questi episodi di violenza, spesso familiare, di cui la donna è vittima? Quale è la sua opinione sul modo di affrontare il problema da parte dei media? E soprattutto quale è il consiglio che si sente di dare alle donne?
R: La violenza familiare è sempre da deplorare, non bisogna dimenticarsi che la donna è stata per troppi anni sotto la dominazione maschile e purtroppo in certi casi è ancora così. E’ chiaro che la pratica dell’Aikido consentirebbe alle donne di affrontare gli uomini fisicamente e psicologicamente. L’Aikido può essere una scuola di educazione del corpo e della mente, un mezzo che adempie alla sicurezza personale, ma tuttavia c’è bisogno anche di altri strumenti, come la prevenzione e la formazione. Le donne oggetto di violenza familiare, vivono all’interno di un sistema chiuso culturalmente, da dove è molto difficile uscire.

D: Come ha fatto a mantenere la sua femminilità, concepita come integrità spirituale e fisica, ci corregga se abbiamo capito male, lavorando in un mondo cosi” maschilista”?
R: E’ vero che quando mi domandano quale sia il mio mestiere, io rispondo: professore di ginnastica. Perché per esperienza quando dico quello che faccio realmente, le persone sembrano assai scettiche, questo perché sono rimasta ”femmina”. Quando sono vestita in borghese (en femme) non si indovina il mio mestiere. Si dice che l’Aikido permetta una perfetta padronanza di sé assicurando uno sviluppo armonioso del corp,o ma non solo: armonia , non aggressività, apertura di spirito, rispetto della vita
Le donne si riconoscono e si integrano molto bene in questi valori, perché allora volerle trasformare in uomini? La femminilità non è incompatibile con le arti marziali, le donne possono essere toniche, percussive e rapide senza perciò cambiare sesso.

D: Sappiamo dalla sua biografia che ha due figli, un ragazzo e una ragazza. Le chiediamo: Come è riuscita a conciliare il ruolo di madre di famiglia con la sua professione? Sarebbe contenta di vedere proseguire la sua carriera dai suoi figli? E in particolare da sua figlia? Cosa consiglierebbe a una ragazza che volesse intraprendere la professione dell’Aikido?
R: Il mio ruolo di madre è stato facilitato da una buona organizzazione famigliare. Bisogna dire che nelle cure ai figli, ho potuto contare su l’aiuto dei nonni, della zia e della baby-sitter, tranne che nel periodo della gravidanza, dove ho dovuto interrompere la mia pratica.
I miei due figli praticano l’aikido come piacere. Se mia figlia mi domandasse di diventare professore di aikido, non mi sentirei all’altezza di occuparmene, perché mi sarebbe impossibile applicare la stessa disciplina e lo stesso rigore verso di lei, cosi’ come è stato fatto con me durante l’ apprendimento: io penso che la fibra materna non è compatibile con quello stile di insegnamento.
Per quanto riguarda le donne che vogliono diventare insegnanti di Aikido, la via è aperta perché le donne sono oggi riconosciute, ma bisogna che continuino in “irimi” (guardando avanti); senza preoccuparsi né trovare giustificazioni in una mentalità rinunciataria e stereotipata di una donna passiva .
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