Akira - Aikido a Bologna

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Akira

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IL MIO AMICO AKIRA

Non mi piaceva giocare con i bambini meno bravi di me, anzi non li sopportavo affatto.
Solo i più forti erano degni di entrare nella mia "squadra" e chi sbagliava veniva da me deriso per intere settimane. Il piccolo Andrea, timido e riservato, quando era ora di andare in palestra, inventava mille scuse pur di non prendere parte ai nostri giochi.
Io gli facevo troppa paura!
Un giorno però qualcosa cambiò.
Entrati in classe la maestra ci presentò un nuovo compagno venuto da un paese molto lontano: il Giappone.
Io lo osservai con aria diffidente e sentii che non mi sarebbe mai piaciuto; era così piccolo che ero sicuro di poterlo schiacciare in qualsiasi momento, proprio come avrei fatto con una mosca. Il suo nome era Akira.
Era ridicolo perché ogni mattina si presentava a scuola con indosso uno strano pigiama bianco ed una cintura nera attorno alla vita e quando entrava in classe salutava con un inchino le nostre maestre. Era proprio un matto!!
Quello che mi faceva più rabbia era che se ne stava sempre con i più "pappamolla" della classe e le bambine lo stavano ad ascoltare, affascinate dai suoi racconti che narravano del suo paese e della sua gente.
A scuola era molto attento e rispettoso ed in palestra non lasciava trapelare le sue ottime doti atletiche, al contrario di me, che amavo mettermi in mostra e non sopportavo alcuna sconfitta. Muso giallo era il soprannome che gli avevo dato, ma questo non lo turbava affatto. Durante le lezioni in palestra le maestre ci facevano fare dei percorsi con corse, salti e lanci e vi posso assicurare che lui non era meno bravo di me... anzi...
Un giorno la maestra gli chiese di dimostrarci quello che era solito fare in Giappone durante l'ora di attività motoria.
Con semplicità e naturalezza ci disse che praticava l'aikido una arte marziale giapponese. Era orgoglioso di ciò che raccontava ed io rimasi in silenzio ad ascoltarlo, affascinato dalla semplicità con la quale ci descriveva questa disciplina a noi completamente sconosciuta .
Prima che lui iniziasse la sua dimostrazione, i miei compagni ed io cominciammo a
bombardarlo di domande:
- si diventa forti?
- possiamo picchiare anche quelli più grandi di noi?
Riusciamo a difenderci se qualcuno prova a darci un pugno?
Akira sorrise perché si aspettava già da parte nostra questo tipo di domande, poi ci disse che nessuno avrebbe dovuto mai pensare di poter fare ,, anche in un lontano futuro, del male ad altri e continuò dicendoci che mediante la pratica di questa arte si era in grado di controllare e bloccare un attacco comunque senza dimenticare che l'obiettivo non doveva mai essere quello di fare del male a qualcuno.
Che delusione! Io pensavo già di poter imparare a picchiare ...invece no!
Poi incominciò a dimostrare praticamente in che cosa consisteva quest'arte; Con cura dispose in palestra i tappeti (che lui chiamava in modo strano "Tatami"( e poi ... un momento di silenzio ed un saluto prima di salirci sopra.
Muso giallo non faceva come noi bambini che saltiamo e ci rotoliamo a terra schiamazzando; lui rispettava non solo le persone ma anche le cose.
Incominciò con il dimostrare come si spostavano in ginocchio i giapponesi, ed i miei compagni, come pappagalli, tutti dietro a lui, pronti a provare. io NO! Che ridicoli! Io quelle cose non le avrei mai fatte... pensavo allora.
Poi continuò con dei movimenti strani di riscaldamento, accompagnati da urla incomprensibili prima di giungere a dimostrarci le cadute e le tecniche.
Queste cose si che mi piacevano... erano fantastiche!
Ai miei compagni ed alle mie maestre questo nuovo modo di fare attività interessava molto, e fu così che un'ora la settimana la dedicammo all'aikido.
Tutti lavoravamo insieme, i più bravi con quelli meno bravi, senza distinzioni di capacità. Anche Andrea sembrava aver acquisito sicurezza in se stesso e non dimenticava più le scarpe o la tuta, come era solito fare.
Questa volta però ero io a non volermi mettere a confronto con i miei compagni.
Sentivo il desiderio di fare ciò che facevano gli altri, ma l'idea di non essere il più bravo mi dava proprio sui nervi!
Così osservavo attentamente i miei amici e la sera, a casa provavo e riprovavo.
Un giorno, mentre me ne stavo solo nella mia cameretta, sentii bussare alla porta. Il piccolo Akira era venuto a trovarmi con il suo solito pigiama bianco e voleva parlarmi.
Io non avevo nessuna voglia di starlo ad ascoltare, perché sapevo che avrebbe avuto qualcosa di importante da dirmi.
Si sedette accanto a me, mi fissò a lungo con quei suoi occhi scuri a mandorla, poi mi chiese di poter diventare amico mio.
Mi disse che l'amicizia é il passaporto per poter essere felici e che nel suo gruppo mancavo solo io.
Mi raccontò che in Giappone, nella sua palestra, si é tutti amici, senza distinzione di età e di capacità. Capì allora che lui avrebbe potuto continuare a crescere se c'ero io ed io se c'era lui.
Egli sosteneva che ognuno di noi non è nessuno se è SOLO ed Akira era entrato nella nostra classe proprio per portarci questo messaggio.

Fu allora che mi comprai il mio primo pigiama bianco chiamato keikogi ed intrapresi con tutti i miei compagni questo viaggio nel mondo delle arti marziali.




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